Così è nato il “piano segreto”: ecco chi c’era seduto al tavolo

I familiari delle vittime di Bergamo non si sono accontentati della desecretazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico. Certo, lì dentro ci sono documenti essenziali. Ma non è tutto il malloppo di atti prodotti nelle prime fasi dell’emergenza coronavirus. Perché prima di Borrelli, prima del Cts e prima ancora che il virus colpisse l’Italia, una task force già si riuniva agli ordini del ministro Speranza. E’ in quegli incontri che viene ideato il piano segreto per fronteggiare la pandemia, così come ricostruito nel Libro nero del Coronavirus. È a quel tavolo che si iniziano a studiare le contromosse. E sono quindi i verbali di quelle riunioni che il Comitato “Noi denunceremo” chiede a gran voce. Per ora inascoltato.

Di questo benedetto “Piano” conosciamo la storia di aprile, agosto e settembre (leggi qui), quando emerge l’esistenza di quel documento ed esplode il caso politico. Sappiamo che dal ministero per settimane hanno cercato di ridurre la portata del documento derubricandolo a banale “studio” (leggi qui) . Ma cosa accadde tra fine gennaio e il 9 di marzo, quando cioè il “Piano” prese forma?

Il 22 gennaio il ministro dell’Istruzione Roberto Speranza annuncia la nascita della task force. Sono giorni di assoluta tranquillità. L’Italia è convinta di essere fuori dal pericolo e gli incontri servono più a “prevenire” che per “curare”. A quella riunione partecipano la Direzione generale per la prevenzione, i carabinieri del Nas, l’Istituto Superiore di Sanità, gli esponenti dello Spallanzani, l’Umsaf, l’Agenzia italiana del farmaco, l’Agenas e pure il consigliere diplomatico. I presenti si vedranno spesso, anche nei giorni successivi. Nelle fotografie si riconoscono in particolare Silvio Brusaferro (presidente Iss), Giuseppe Ippolito (direttore scientifico Spallanzani) e Andrea Urbani (Direttore Generale della programmazione sanitaria). A volte partecipano Agostino Miozzo, della Protezione civile, e Ranieri Guerra, delegato dell’Oms. Un consesso di rilievo, insomma, di cui Speranza è più che orgoglioso. “Il SSN è dotato di professionalità, competenze ed esperienze adeguate ad affrontare ogni evenienza”, dice alla fine del primo incontro convinto che “tutto andrà bene”. I fatti lo smentiranno molto presto.

Durante i lavori della task force, infatti, gli esperti scoprono che l’Italia non ha un Piano pandemico aggiornato. Decidono allora elaborare uno “studio su possibili scenari dell’epidemia e dell’impatto sul SSN, identificando una serie di eventuali azioni da attivare” per contenere “gli effetti” di una possibile epidemia. Non è chiaro se l’esigenza sorga durante la prima riunione o in quelle successive, quel che è certo è che al lavoro si mettono l’Iss, lo Spallanzani e la Direzione programmazione del ministero. Sono gli albori del “piano segreto” di cui Urbani rivelerà l’esistenza ad aprile in una (incauta) intervista. Il progetto a dire il vero prende corpo lentamente visto che in quelle ore il virus appare solo una remota malattia cinese. Il 5 febbraio, però, alla sede dell’Iss si presenta un certo Stefano Merler, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler, convinto – al contrario di molti altri – che il virus possa investire l’Italia e combinare disastri. Le sue previsioni (leggi qui) verranno poi riportate in un dossier dal titolo Scenari di diffusione di 2019-NCOV in Italia e impatto sul servizio sanitario, in caso il virus non possa essere contenuto localmente. Sono ipotesi drammatiche, che forse fortificano la convinzione della task force che un “Piano” serva eccome. Così i lavori continuano.

Nel frattempo però accadono due fatti inattesi. Il 31 gennaio, a causa dei due turisti cinesi positivi, il governo proclama lo stato di emergenza e decide di nominare un Commissario straordinario. Tutti pensano che sarà il ministero della Salute a prendere l’incarico, magari nominando il viceministro Sileri o un uomo di fiducia di Speranza. In fondo è nella task force ministeriale che, sin lì, la matassa coronavirus era stata gestita. Invece a sorpresa viene indicato Angelo Borrelli, che di infezioni sa poco o niente. Perché? Mistero. L’altro evento inatteso è invece la nascita del Cts, datata 3 febbraio. Il Comitato diventerà il fulcro di tutte le decisioni politiche sull’emergenza, in grado di indirizzare le scelte del governo su ogni aspetto. La cosa curiosa è che al Comitato vengono ammesse sostanzialmente le stesse persone che fino a poco prima sedevano nella task force. Ai due tavoli ci sono sempre Brusaferro, Ippolito, Urbani e Miozzo (che ne diventa coordinatore). In più al Cts compare pure Alberto Zoli, nominato da Stefano Bonaccini per rappresentare le Regioni. Per alcuni giorni, almeno fino alla metà di febbraio, i due organi continuano a lavorare in parallelo sebbene sovrapponibili. È a questo punto che la faccenda diventa fumosa. Quel che è certo, è che il “piano segreto” passa formalmente dalla task force al Comitato. E le sue tracce iniziano a scomparire.

Il 12 febbraio, infatti, il Comitato invita Merler a presentare i suoi “Scenari di diffusione” del Covid. Il Cts ascolta colpito e, come si legge nel verbale della riunione, decide di dare “mandato ad un gruppo di lavoro interno al Cts di produrre, entro una settimana, una prima ipotesi di piano operativo di preparazione e risposta a diversi scenari di possibile sviluppo di un’epidemia da 2019-nCov”. Le parole sono importanti. Si tratta di un “Piano operativo”, e non di una banale analisi come verrà poi derubricato. Ma soprattutto sorge una domanda: perché ri-fare un lavoro che in teoria avrebbe già dovuto iniziare la task force della Sanità venti giorni prima? Dal verbale emerge che una “verifica” dei posti letto era stata effettuata, ma che mancavano ancora “i dati relativi a tre regioni”. Dunque forse il “Piano” si era impantanato. E il Cts si è fatto carico di concluderlo. Secondo il Corriere, gli esperti del “gruppo di lavoro” si riuniscono il 19 e il 20 febbraio, quando Zoli e Merler illustrano una prima bozza del dossier a Speranza. Nei verbali del Cts, invece, il Piano viene citato nuovamente il 24 febbraio, cioè tre giorni dopo Codogno: il documento deve ancora “essere completato” ma gli esperti già si preoccupano di tenerlo riservato “onde evitare che i numeri arrivino alla stampa”. In Italia in quel momento ci sono ancora solo pochi casi, ma i calcoli prevedono la catastrofe e non c’è più tempo da perdere. Il piano torna sul tavolo il 2 marzo per essere adottato “nella sua versione finale”, sottoscritto “da tutti coloro che hanno contribuito”, validato dal Cts e presentato al ministro Speranza. Poi verrà aggiornato il 4 marzo e, visto l’andamento epidemico, di nuovo il 9 marzo. Il tutto assicurando “segretezza” assoluta per tenerlo nascosto non solo ai cittadini (comprensibile in quelle fasi concitate), ma anche alle Regioni.

Quel che appare strano è che, ad aprile prima e a settembre poi, Speranza negherà di aver mai avuto sotto mano un “Piano”. “Solo un semplice studio”, è la sintesi. In una nota di aprile il ministero sostiene di aver presentato la ricerca il 12 febbraio al Cts e poi di averla aggiornata fino al 4 marzo. Niente di più. Le domande però a questo punto si sprecano. I componenti della task force, infatti, in quanto membri anche del Cts, erano ben consapevoli che il Comitato stava predisponendo un vero e proprio “Piano operativo”. Perché allora quando il Copasir ne chiederà conto, Speranza dirà di avere solo uno “studio”? E perché quando i cronisti domandano il documento, fornirà loro solo lo studio di Merler? I due documenti sono simili. Forse uno ispira l’altro. Ma sono due atti distinti. E poi: se il 2 marzo il Cts dice di averglielo presentato ufficialmente, perché Speranza sostiene che non esista alcun “Piano”? Nel verbale del 4 marzo, il Comitato scrive testualmente che il “Piano” è stato “redatto dall’Iss d’intesa con il ministero della Salute e l’ospedale Spallanzani”. Possibile che Speranza non sapesse che i suoi uffici stavano realizzando un “Piano” con misure e indicazioni specifiche?

Un po’ di chiarezza in più, dicono i parenti delle vittime di Bergamo, potrebbe arrivare dalla desecretazione totale dei verbali. Non solo quelli del Cts, resi ormai pubblici. Ma anche quelli della task force. O magari basetrebbe condividere ufficialmente quel maledetto “Piano”. Perché ad oggi, per quanto governo e Cts insistano che non v’è nulla di segreto, né lo studio di Merler né le bozze del “Piano” sono state rese pubbliche. Almeno non ufficialmente.



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