Ecco cosa succede senza federalismo

Un elemento particolarmente triste di questa fase storica consiste nel definitivo accantonamento di ogni prospettiva di autogoverno. Da un lato, infatti, abbiamo un governo che pretende di amministrare l’Italia intera sulla base delle indicazioni del proprio comitato tecnico; dall’altra, abbiamo presidenti di Regione che tutto vogliono meno che la libertà di scegliere quali soluzioni adottare per la propria comunità. Perché se tutta la penisola è un’immensa periferia del potere romano, questo lo si deve anche all’ignavia di quanti si fanno chiamare «governatori».

L’esecutivo, è evidente, opera secondo logiche centraliste, irrispettose di una realtà assai diversificata e della necessità di offrire risposte differenti nei vari contesti. Anche quando ha dovuto prendere atto che l’epidemia non è egualmente presente sul territorio e ha distinto tra aree rosse, arancioni e gialle, ha sì permesso alle aree gialle d’introdurre eventuali «zone rosse» (così da inasprire le norme poste a restrizione delle libertà individuali), ma non ha permesso soluzioni di segno opposto. E questo sebbene sia chiaro, ad esempio, che non ha senso mettere in lockdown le province di Brescia e Bergamo (che assieme contano tanti abitanti quanto la somma di Liguria, Basilicata, Valle d’Aosta e Molise) soltanto perché si trovano entro i confini lombardi.

Questo centralismo non può rispondere in maniera efficace alla sfida lanciata dal Covid-19, ma oltre a ciò bisogna constatare che con queste logiche sarà ancor più arduo uscire dalla catastrofe economica generata dalle misure adottate dal governo.

Quando si evoca la necessità di «fare le riforme», in effetti, a cosa ci si riferisce? L’unica vera riforma di cui c’è assoluta urgenza consiste nel responsabilizzare tutti e a ogni livello. Bisogna insomma che ogni livello di governo spenda solo i soldi che riesce a ottenere da quanti ricevono i servizi che esso eroga, ma per fare questo ci sarebbe bisogno di una vera rivoluzione federalista.

In un libro uscito pochi giorni fa (Autonomia, differenziazione, responsabilità, edito da Marsilio), questo è detto a chiare lettere da Andrea Giovanardi e Dario Stevanato, due tributaristi di scuola liberale ben persuasi che «le esigenze dell’autonomia e dell’autogoverno sarebbero meglio garantite in un sistema che metta al centro concrete e consistenti forme di autonomia tributaria». Se tutti i soldi vanno a Roma e poi vengono redistribuiti, è inutile attendersi amministratori regionali e locali responsabili.

Ognuno dove insomma ritornare padrone a casa propria: non c’è proprio altra strada.



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