Il governo ci casca ancora: quanti errori in un Dpcm

Vi è mai capitato di rivedere un film per la seconda volta. Anche se non lo ricordate bene, e magari avete dimenticato il finale, ogni dettaglio vi torna alla memoria una scena dietro l’altra. La crisi coronavirus l’Italia la sta vivendo più o meno così. Durante la prima ondata un po’ di caos era anche comprensibile (non del tutto, a dire il vero). Ma in occasione del ritorno dei contagi, otto mesi dopo, errori e incertezze non sono più giustificabili. Non solo, o non tanto, a livello di indecisione nelle misure da prendere, nei ritardi su scuola, test, drive-in e creazione delle nuove terapie intensive. La catena di errori di marzo e aprile, rivelata anche nel Libro nero del coronavirus (clicca qui), si sta ripetendo quasi allo stesso modo. E lascia di stucco.

Pensate alle ultime frasi del ministro della Salute. Roberto Speranza in diretta tv ha rivelato il desiderio vietare le riunioni tra amici a casa invitando a coltivare lo spirito delatorio tra vicini. Con tanto di controlli di polizia tra le mura domestiche. Molto peggio delle scene di questa estate, con gli agenti armati di drone a dare la caccia ai bagnanti sulle spiagge italiane o le multe assurde distribuite a pioggia. La norma non è entrata nell’ultimo Dpcm (è prevista solo una “forte raccomandazione”), ma intanto ha scatenato polemiche, putiferi e – soprattutto – incertezze. Il Cts, infatti, nell’analizzare la bozza del decreto ha messo a verbale che sia la limitazione a 30 persone per le cerimonie che i 6 inviti massimo a casa non hanno “evidenza scientifica”, dunque si è limitato a “prendere atto” delle misure adottate. La stesso confusione successe a maggio in vista della agognata fase 2 post lockdown. Ricordate? Il Dpcm aprì alle visite tra “congiunti”, senza precisare fino a quale grado di parentela ci si dovesse considerare “congiunti”. Identico caos provocato dalle incomprensibili differenze tra la corsetta e la camminata, tra la passeggiata col cane e quella con i bambini. E oggi tra “attività motoria” e “sportiva di base”. Senza dimenticare le infinite autocertificazioni, che gli italiani sono stati costretti a cambiare più di un paio di calzini. A inizio epidemia, così come oggi, a mettere un po’ d’ordine fu il Viminale con circolari e risposte alle domande pubblicate sul proprio sito. Diventato nel frattempo la scialuppa di salvataggio della Repubblica delle Faq.

Possibile che otto mesi non abbiano insegnato nulla? Possibile che Conte e i suoi ministri non abbiano capito che, forse, i provvedimenti sarebbe meglio prima firmarli e solo dopo diffonderli alla stampa? Pensate a quanto accadde quella tragica notte del 7 marzo, quando una massa di residenti in Lombardia presero d’assalto le stazioni milanesi per colpa di una mai spiegata fuga di notizie. Il film si sta ripetendo, identico.

Anche sugli stadi e sullo sport il governo procede a tentoni. Durante il lockdown il campionato Serie A si fermò. Poi ripartì con un protocollo condiviso. In vista della nuova stagione doveva essere tutto perfetto, tutto calcolato e controllato. Un po’ come la bolla dell’Nba americana. Invece niente. Una Asl più severa delle altre ha mandato gambe all’aria il piano approvato dal ministro Spadafora, nonostante i tanti mesi di tempo per redigere il protocollo. E che dire degli altri sport? Quando sarebbe servito bloccare tutto, Palazzo Chigi tenennò. Si pensi agli impianti sciistici lasciati aperti in Lombardia nel pieno della diffusione del contagio il primo marzo. Oppure alla partita Lecce-Atalanta, teoricamente vietata ai tifosi bergamaschi ma dove, per un pasticcio di date sulla pubblicazione del Dpcm, sono riusciti ad andare circa 200 supporters atalantini. Ora invece che i tempi sono cambiati, e la mente fresca dovrebbe permettere di trovare soluzioni che facciano coesistere contenimento del contagio e ripresa delle normali attività sportive, la confusione regna sovrana. Perché negli stadi possono entrare solo 1000 persone (200 nei palazzetti), ma vengono tutte concentrate in unico settore?

Dagli errori non abbiamo imparato neppure in tema scolastico. Le classi sono rimaste vuote da metà marzo fino a settembre, con tre interi mesi estivi a contagi ridotti. Eppure i (poco utili) banchi singoli sono arrivati a singhiozzo e in ritardo rispetto alla prima campanella. Il protocollo per il contenimento delle infezioni, basato su test ai piccoli ad ogni sintomo di malanno, sta mandando in crisi le famiglie costrette a tenere in casa i figli per una settimana in attesa del tampone. E per i test antigenici rapidi, annunciati a fine settembre da Speranza, mancano ancora le linee guida dell’Iss. Un po’ come la didattica a distanza. Il ministro Azzolina preme per evitarla, ma il governo non ha investito a sufficienza nei mezzi pubblici per portare i ragazzi a scuola. I governatori sono in difficoltà e chiedono di lasciare a casa gli alunni più grandi così da decongestionare autobus e metro. Non ci si poteva pensare prima? Per mesi abbiamo parlato della necessità di dotare tutte le famiglie, e i docenti, degli strumenti per la didattica a distanza di emergenza: siamo pronti?

Nel frattempo, forse, bisognerebbe pure occuparsi di economia. Il Pil crolla del 9%. Prima o poi salterà il blocco ai licenziamenti. Le aziende faticano. E i tanto decantati fondi europei, i 200 e passa miliardi del Recovery Fund, per ora sono solo sulla carta. I leader Ue non trovano un accordo e l’orizzonte dell’iniezione di liquidità nell’economia italiana si allontana sempre più. Conte ci aveva sperato, ma ora teme di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano e poche idee per il rilancio del settore produttivo. Così si rischia un nuovo passo indietro. Che è un po’ come rimettere dall’inizio un brutto film. Ed essere costretti a rivederlo.



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