Il voto mette i 5S all’angolo: tutto pronto per la scissione?

La guerra è aperta. Serpeggia da giorni nei corridoi, nelle chat interne, nelle mail di Davide Casaleggio che mette alla gogna chi non paga l’obolo all’associazione Rousseau, nelle risposte piccate di chi si è sentito chiamato in causa. Senza un “padre-padrone” che può dettare apertamente la linea, con un Di Maio messo da parte e con gli Stati generali – che dovevano essere la vera resa dei conti – rimandati a data da destinarsi ormai da sei mesi, mai come ora il Movimento 5 Stelle è a un passo dall’implosione.

A segnare una nuova pietra miliare della storia grillina sarà con tutta probabilità il referendum sul taglio dei parlamentari previsto per il 20 e 21 settembre. Un cavallo di battaglia dei pentastellati, un “sogno” rincorso fin dagli albori dagli anticasta per antonomasia. Ma ne è passato di tempo da quando Beppe Grillo saliva sul palco per lanciare i suoi “vaffa” alla politica. Nel frattempo gli attivisti con l’apriscatole sono entrati nella scatola di tonno. E sono emerse tutte le contraddizioni di un movimento diventato partito.

Da giorni ormai i malumori si rincorrono, gli animi si scaldano, le voci di una scissione diventano sempre più forti. C’è chi parla già di trenta, forse persino cento pronti a lasciare. Qualcuno ci mette la faccia, altri si nascondono dietro vertici segreti in attesa di sapere cosa ne sarà del Parlamento. Due gli scenari dipinti da fonti di governo 5S all’agenzia Adnkronos. Molti potrebbero semplicemente lasciare il gruppo e approdare al Misto, garantendo il sostegno a Conte e risparmiando definitivamente i 300 euro al mese “promessi” all’associazione Rousseau. Proprio come hanno fatto gli altri fuorisciti finora. Ma in diversi – capeggiati pare dal dissidente Giorgio Trizzino – starebbero lavorando anche a un’altra ipotesi: quella di riunire “ribelli”, espulsi e malpancisti in una nuova forza politica. Anche per aver potere contrattuale e chiedere al premier ministri e rappresentanza a Palazzo Chigi.

Una riunione ci sarebbe stata già la scorsa settimana tra una decina di grillini che non si riconoscono più nel movimento. E un’altra si sarebbe tenuta tra gli ex 5S già passati al Misto. “Ci siamo incontrati nei giorni scorsi e ci rivedremo dopo il voto”, dice sempre all’Adnkronos l’ultima fuoriuscita, Piera Aiello, “Siamo stati avvicinati anche da dissidenti di altri partiti che non si trovano bene. La possibilità di costituire un nuovo gruppo c’è“. Un nuovo partito? Un simbolo non c’è ancora, ma l’obiettivo sì: “Consentire a ognuno di noi di portare a termine il lavoro iniziato quando siamo entrati in Parlamento e che non ci faccia fare i ‘pigia-bottoni’ in Aula, portando avanti le istanze dei cittadini“. E tra gli interessati a questa nuova “Cosa” ci sarebbero pure l’ex 5S Paolo Lattanzio e l’ex ministro Lorenzo Fioramonti. Ma pure l’ex presidente della Commissione Finanze, che ammette candidamente di lavorare a un nuovo gruppo.

C’è fermento, dunque. E il referendum non fa che soffiare sugli animi già roventi. Luigi Di Maio ha quasi ignorato la campagna per le Regionali (praticamente già data per persa) e si è buttato a capofitto nel tour elettorale in favore del Sì. È già pronto ad esultare lunedì sera per quella che considererà anche una sua vittoria personale. Eppure solo quattro anni fa, nel 2016, lui e Toninelli bollavano il taglio dei parlamentari come inutile: “Renzi sta cercando di truffare i cittadini italiani per un caffè, i veri risparmi per un dimezzamento della democrazia sono una tazza di caffè”, diceva l’ex ministro dei Trasporti. Parole che imbarazzano. Soprattutto se si pensa che solo qualche giorno fa la deputata Sabrina Di Carlo smontava proprio lo stesso esempio. “Una delle fantastiche tesi a supporto del No sostiene che i risparmi, con il taglio, sarebbero uguali al costo di un caffè all’anno”, ha scritto sulla sua pagina Facebook, “Partendo dal presupposto che in un momento come quello che stiamo vivendo, qualsiasi tipo di risparmio non è assolutamente banale, il calcolo fatto è molto, ma molto approssimativo“.

Come la prenderanno i dissidenti questa ennesima caprola? Di certo i vertici grillini si preparano al peggio e annunciano già sanzioni disciplinari contro chi voterà No. Nel mirino ci sono già diversi nomi, tra cui Andrea Colletti, Marinella Pacifico, Elisa Siragusa, Mara Lapia. “Chi vota No tradisce il programma elettorale, e il nostro codice etico ci obbliga a rispettarlo“, dicono all’Adnkronos fonti dei probiviri (il “tribunale etico” grillino), “Il taglio dei parlamentari era previsto nel contratto di governo del Conte I, nel programma del Conte II e nel programma elettorale M5S, nello specifico nel documento votato online dagli attivisti. Ci sono tutti i presupposti per intervenire…“.

Il referendum, insomma, è pronto a trasformarsi in un boomerang per il M5S: da vittoria sulla quale puntare per oscurare la prevista débâcle alle Regionali, il voto può diventare un casus belli che può scatenare lo spettro della scissione, finora spesso evocata e mai concretizzatasi.



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