Medici e ristoratori. L’urlo di chi è stremato

Il questore di Napoli, Alessandro Giuliano (il figlio di Boris Giuliano, il poliziotto-eroe ucciso da Cosa nostra a Palermo nel ’79) ribadisce al Giornale: «Abbiamo assistito a comportamenti criminali verso le forze dell’ordine. Il disagio, per quanto umanamente comprensibile, non può giustificare la violenza». Il questore di Napoli si riferisce ai recenti scontri (i primi di una lunga serie in tutta Italia) avvenuti nel capoluogo campano per mano di quelli che il governatore Vincenzo De Luca ha definito «pezzi di camorristi, pezzi di antagonisti, pezzi di ultrà e pezzi di … beh, ci siamo capiti…». Ma il «disagio» che si vive a Napoli è una condizione condivisa nel resto del Paese; l’insofferenza sociale esiste davvero e scendere in piazza per denunciarla non è un reato, ma un dovere. Tuttavia il rischio è enorme come dimostrato dagli incidenti a Milano, Bologna, Roma, Torino e Firenze: le infiltrazioni violente all’interno dei cortei pacifici finiscono inevitabilmente col contaminare pure i sit-in autorizzati e legittimi. Manifestazioni di commercianti, ristoratori, medici, infermieri, operatori dello spettacolo, palestre e altre categorie che da in questo secondo lockdown rischiano il definitivo colpo di grazia se non saranno adeguatamente sostenuti.

A Milano Piazza Duomo è stata «imbandita» con piatti, tovaglioli, posate e bicchieri per gridare al governo che la chiusura di ristoranti, bar e pub equivale al fallimento di migliaia di imprese (soprattutto medio-piccole); e qui gli incomprensibili discorsi di macro-economia lasciano il tempo che trovano, perché di «macro» rimane solo la disoccupazione: questa sì comprensibilissima a tutti. Nelle città devastate dai criminali che strumentalizzano il lockdown continuano a scendere in piazza medici, infermieri e personale sanitario (elevati al rango di «eroi» nei momenti più drammatici, ma poi subito dimenticati): i loro camici bianchi invadono le strade, diventando la coscienza critica di un intero Paese. Da Milano a Napoli la linea di demarcazione tra cortei «buoni» e cortei «cattivi» è netta, anche se i centri sociali di destra e di sinistra soffiano sul fuoco: un piano eversivo condiviso dalla criminalità organizzata che – nonostante Roberto Saviano sostenga il contrario – vede nel lockdown un blocco per i propri business. Ma per fortuna l’Italia, anche nei frangenti più drammatici, resta una nazione solidale: nelle metropoli ma anche nei piccoli centri (come a Potenza, in Basilicata) sono tanti i ristoratori che, pur essendo loro stessi a un passo dal crac, hanno deciso di donare vaschette di cibo ai bisognosi. L’emergenza Covid sta ampliando la categoria dei «poveri», ma il volontariato trova nuovi adepti. E di frequente si tratta proprio di uomini e donne col posto di lavoro in bilico sul filo del Coronavirus, ma che non per questo rinunciano ad aiutare chi sta peggio. È gente che non aggredisce le forze dell’ordine, non rompe le vetrine. Anche perché quelle vetrine potrebbero essere le loro e le forze dell’ordine sono quei poliziotti e quei carabinieri che ogni giorno li difendono dai delinquenti. «Fuori i criminali dal corteo», era scritto ieri a Bologna sullo striscione in testa a una manifestazioni di commercianti. Civilmente arrabbiati col governo.



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