Pieni poteri, i dubbi del Colle. Ma Conte si vuole blindare

Qualcuno sostiene che nel mirino ci siano le elezioni regionali di settembre. Altri che, più semplicemente, il presidente del Consiglio voglia creare le condizioni per poter gestire in autonomia i soldi che potrebbero arrivare dall’Ue. Di certo, c’è che il tentativo di Giuseppe Conte di prorogare lo stato di emergenza legato al Covid-19 ha aperto ormai da giorni l’ennesimo fronte caldo per un governo sempre più in affanno. Al punto che il premier, che prima aveva ipotizzato un prolungamento al 31 dicembre, ora sta lavorando per portare a casa la data del 31 ottobre come punto di compromesso.

D’altra parte, dubbi di legittimità (per non parlare di quelli di opportunità) si sono levati non solo dall’opposizione. Ma pure dal Pd, seppure – ovviamente – senza l’enfasi mediatica che ha accompagnato le dure prese di posizioni di Matteo Salvini («sarebbe una follia, ci opporremo dentro e fuori dal Parlamento) e Giorgia Meloni («scelta da irresponsabili»). A Palazzo Chigi, peraltro, sarebbero arrivati segnali di forte perplessità perfino dal Colle, dove c’è chi fa notare come al momento l’Italia sarebbe l’unica nazione dell’Ue a prorogare lo stato d’emergenza (solo in Francia è ancora in vigore, ma terminerà il 24 luglio). Uno simile scenario, inutile dirlo, restituirebbe all’esterno l’immagine di un Paese in affanno e ancora in mezzo al guado, incapace di gestire con gli strumenti legislativi ordinari quella che al momento non può essere considerata una situazione straordinaria. Un segnale di forte debolezza, peraltro proprio nei giorni in cui Conte sta trattando sul Recovery fund con i partner europei (ieri a Berlino l’incontro con Angela Merkel in vista del vertice Ue in programma a Bruxelles il 17 e 18 luglio). Proprio ieri, peraltro, è arrivato un appello al Quirinale firmato Lettera 150, un think thank che riunisce circa 250 tra docenti universitari, magistrati e intellettuali. Una lettera in cui si chiede al capo dello Stato di evitare che «si verifichino rotture ingiustificate e gravi della legittimità costituzionale».

Eppure, nonostante i dubbi di tutti, il presidente del Consiglio sembra intenzionato ad andare avanti per la sua strada. Con l’obiettivo di blindare il governo in vista di quello che tutti si aspettano come un autunno caldissimo, con i contraccolpi economici del Covid-19 che inizieranno farsi davvero sentire. Ecco perché prorogare lo stato di emergenza, così da poter continuare a legiferare con gli ormai celebri Dpcm saltando a pie’ pari il Parlamento (dove, peraltro, i numeri del Senato iniziano a destare qualche timore). Scenario non proprio consono a una democrazia occidentale, ma tant’è. Quello di cui ha bisogno Conte, infatti, è creare le condizioni per poter governare nella paralisi. Questa volta non dovuta a fattori esterni o a un sistema bicamerale ormai desueto, ma ricercata con caparbietà da una maggioranza che sfugge il passaggio in Parlamento proprio per evitare di andare a sbattere contro le sue inconciliabili divisioni. L’esempio più calzante è il Mes, sul quale il governo ancora non ha avuto il coraggio di confrontarsi con un voto delle Camere. Vedremo se lo farà domani, quando Conte sarà in Parlamento per le comunicazioni sul Consigilio Ue in programma alla fine della settimana. Altrimenti se ne riparlerà a settembre, in nome della strategia del rinvio permanente.



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