“Plagiava le sue allieve”. Per il giudice Bellomo chiesti 4 anni e tre mesi

«Se non confessi, tutta la nostra ricostruzione verrà messa in rivista, e domani tutta Italia saprà che sei una troia», «Se ci fosse un ristorante di sperma, tu andresti là per degustare». Messaggi che rischiano di costare oltre tre anni di carcere al giudice Francesco Bellomo, il magistrato del Consiglio di Stato travolto dalle indagini sui suoi corsi di formazione per aspiranti toghe. Ieri la Procura di Piacenza, la prima a indagare su Bellomo, ha chiesto la sua condanna per stalking aggravato ai danni di F.P., la giovane laureata in giurisprudenza che nel novembre 2016 ha sollevato ufficialmente il velo su una storia che conoscevano in tanti: i metodi di circonvenzione e di plagio con cui Bellomo governava il «cerchio magico» delle sue allieve, imponendo loro scelte di vita, abbigliamento, comportamenti sessuali. Bellomo ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato, così i cinque anni di carcere che la Procura riteneva giusti si riducono a una richiesta tre anni e quattro mesi. Richiesta più lieve, un anno e quattro mesi, per Davide Nalin, il sostituto procuratore di Rovigo accusato di avergli fatto da «spalla» nello stalking ai danni della corsista.

Arriva così, a tre anni dall’esplodere dello scandalo, il primo punto fermo nelle indagini a carico di Bellomo: che hanno portato alla luce un personaggio indubbiamente complesso, tecnicamente molto preparato, in grado di offrire una formazione di alto livello, e altrettanto dotato di carisma. Ma anche spietato nella selezione delle aspiranti, e quasi maniacale nella sua ansia di controllo. In una serie di casi, dicono le indagini, Bellomo si è spinto totalmente al di fuori della legge: quella legge che dimostrava di conoscere perfettamente.

A raccogliere le dichiarazioni della sua prima accusatrice, F.P, furono a Piacenza i pm Roberto Fontana e Emilio Pisante. Ed è Pisante ieri a pronunciare la pesante richiesta di condanna. Tutto ruota intorno ai corsi tenuti da Diritto e Scienza, la società di Bellomo, presso un albergo milanese tra il 2014 e il 2016, cui la ragazza si era iscritta insieme a decine di altri neolaureati e dove Bellomo l’aveva inserita tra le sue vestali, le titolari di borsa di studio cui veniva fatto firmare il contratto in cui si impegnavano tra l’altro a «non avviare relazioni intime con soggetti che non raggiungano il punteggio di 80/100 o di 75/100», il «divieto di contrarre matrimonio», l’«obbligo di fedeltà nei confronti della società e del suo direttore». Il trattamento diventò ancora più severo quando F.P. allacciò una relazione sentimentale con Bellomo: che insieme a Nalin la sottoponeva a interrogatori incrociati in cui «venivano richiesti dettagli sulla propria vita sessuale e addirittura le veniva chiesto di predisporre una tabella con indicazioni dei luoghi, frequenza e modalità della precedente attività sessuale». Il trattamento ridusse la ragazza in condizioni mentali pietose, fino al ricovero allo psichiatrico di Parma. Per questo Bellomo è stato accusato anche di lesioni personali gravi.



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