Preparano già il nuovo Monti: ​la mossa in Goldman Sachs

Filippo Taddei è da poco giunto ad assumere un incarico in Goldman Sachs: l’ex capo economista del Pd renziano ha recentemente annunciato sul suo profilo Twitter di aver lasciato la sua cattedra alla John Hopkins University per imbarcarsi nel team della grande banca d’affari statunitense, ove ricoprirà il ruolo di executive director e senior european economist nella filiale londinese del gruppo, con un focus sul Sud Europa. Posizione che sul suo profilo LinkedIn l’economista classe 1976 segnala occupare già dal mese di settembre.

Taddei ha costruito in passato la sua carriera accademica tra il Collegio Carlo Alberto di Torino e la sede bolognese della John Hopkins; giovane membro dei comitati di Romano Prodi, l’economista dottorato alla Columbia University è approdato ai vertici del partito guida del centro sinistra nazionale dopo l’ascesa alla segreteria di Matteo Renzi nel 2013. Allora, in una rara deviazione dalla bulimia di potere della sua corrente, il sindaco di Firenze e futuro premier scelse Taddei anche se questi aveva alle recenti primarie sostenuto lo sfidante Filippo Civati. Ed è interessante notare come Civati, che si posizionava a sinistra di Renzi, avesse come suo capolista a Bologna proprio un uomo come Taddei, critico della scarsa incisività del leader toscano su temi come il fisco, la riforma del mercato del lavoro, la previdenza. Argomenti che, presa la guida dei dossier economici del Nazareno, seppe plasmare in senso estremamente gradito a Renzi e alla corrente allora egemone in un Pd centrale nella vita politica nazionale e arrivato al 40% dei consensi alle Europee del maggio 2014.

Meno visibile dello storico consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld, ma centrale in un team formato da studiosi di chiara fede liberale (Veronica De Romanis, Roberto Perotti, Giuliano Da Empoli) e da ex dipendenti delle grandi banche d’affari (come Carlotta De Franceschi, con un passato a Morgan Stanley, Credit Suisse e alla stessa Goldman fra New York e Londra) Taddei fu il “regista” delle riforme proposte dal Pd come il Jobs Act. Al contempo, Taddei ha accentuato la critica anti-sovranista divenuto tratto distintivo del renzismo, non senza alcune gaffe, come quando nel 2017 definì il “corralito”, la restrizione della libera disposizione di denaro in contanti da conti correnti e casse di risparmio imposta dall’Argentina prossima al default nel 2001, come una moneta e non come una politica durante un intervento critico di qualsiasi misura volta a minare la credbilità nell’euro. I critici di Taddei lo hanno accusato di proporre soluzioni troppo semplificatorie, quasi dicotomiche: non a caso gli interventi renziani, dagli 80 euro all’abolizione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono stati molto spesso condizionati da questo vizio e dalla pretesa di rivoluzionare, con semplici misure normative, le condizioni strutturali dell’economia italiana.

Taddei ha ricoperto l’incarico di responsabile economia del Pd fino al marzo 2017, per poi tornare a tempo pieno all’insegnamento presso una delle università simbolo dell’èlite economica italiana e dei legami transatlantici, la John Hopkins presente nel cuore del feudo “prodiano” del centro-sinistra. Fino alla chiamata della banca che, per dirla con il Nobel Paul Krugman, è “l’anticamera per un posto di primo livello in politica”, mondo che Taddei, lasciando il suo posto nel Pd nel 2017, ha dichiarato di non voler abbandonare definitivamente. E a Goldman Sachs arriverà sulla scia di altri nomi altisonansti dell’establishment italiano come Mario Draghi, che vi lavorò dal 2002 al 2005, e Mario Monti, che ne fu consulente dal 2005 al 2011. Con una posizione di prestigio e un osservatorio speciale sul suo Paese d’origine e la sua regione di riferimento. Il Pd nel frattempo ha visto l’uscita dell’ex segretario Renzi e l’ascesa ai vertici del suo dipartimento economico di Emanuele Felice, economista abruzzese e docente all’Università di Chieti-Pescara specializzato nella ricostruzione storica dei divari regionali in Italia e critico di quel “neoliberismo” e del dominio della finanza che poche istituzioni meglio di Goldman Sachs rappresentano: l’era dell’egemonia renziana sulla politica italiana sembra, ora più che mai, lontana anni luce.


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