“Presidente, faccia come a Vo'”. ​Ecco gli sms di Crisanti a Zaia

Un modello decantato in tutta Italia non poteva non far nascere gelosie. E così è successo. Anche in Veneto, anche alla corte di Luca Zaia. Forse sarebbe bastato attribuirsi un po’ di merito a testa, senza litigare. Invece all’ombra di San Marco si sta combattendo una guerra a colpi bassi tra Andrea Crisanti, padre (?) del “Metodo Vo’”, Francesca Russo, direttrice della Prevenzione, e l’intero vertice della sanità veneta.

L’ultimo scontro risale a ieri, quando emerge la lettera che la Russo ha spedito alla rivista Nature per “smentire” la ricostruzione di Crisanti sulla vicenda di Vo’. Ma i dissapori vengono da lontano come rivelato con contenuti esclusivi nel “Libro nero del coronavirus”, già arrivato alla prima ristampa (clicca qui), di cui qui pubblichiamo alcuni stralci.

Le missive e i primi dissidi

Bisogna tornare al 29 di gennaio. Il virus è ancora solo un lontano pericolo cinese quando il direttore del dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova invia una lettera per invitare studenti, ricercatori e docenti italiani rientrati dalla Cina a sottoporsi ad un tampone “anche in assenza di sintomi”. Nessuno fino a quel momento lo ha mai fatto. E non lo prevedono né le direttive dell’Oms né le indicazioni del ministero della Salute, che riserva i test solo ai sintomatici. Crisanti però lo fa, ne parla ai giornali e riceve una lettera “di diffida” da Domenico Mantoan, braccio destro di Zaia e direttore generale della sanità veneta. Alla missiva il professore risponde cospargendosi il capo di cenere, sostenendo che le sue dichiarazioni erano state “travisate dalla stampa” e rassicurando sulla totale adesione “alle direttive ministeriali” (leggi qui). In qualche modo però lo scambio di missive diventa pubblico proprio il giorno dopo il primo contagio in Veneto. A sollevare la polemica sono i Cinque Stelle (“scienziati inascoltati, il contagio si poteva evitare”, dicono) imboccati da chissà chi. L’Ufficio stampa della Regione risponde, in pochi ci fanno caso e la partita sembra finire lì. Ma la bomba deve ancora esplodere.

Il focolaio di Vo’

Il 20 febbraio intanto ad esplodere è il contagio. All’ospedale di Schiavonia vengono trovati due positivi. A Vo’ muore Adriano Trevisan, prima vittima del Covid in Italia. Ed è qui che Zaia ha un’intuizione geniale: prima ordina di sbarrare l’ospedale con dentro tutti pazienti e medici, poi dispone il tamponamento di massa per gli abitanti di Vo’. Un merito che più tardi anche Crisanti riconoscerà al governatore. In quel momento i due non si conoscono. E non ve ne sarebbe motivo. Finché un bel giorno il professore telefona a Zaia per chiedergli di effettuare un nuovo giro di test nel paesino che, dal 23 febbraio, è stato dichiarato “zona rossa”. L’intento è accademico: il 2 marzo si svolge un incontro in assessorato e la Regione decide di finanziare con 150mila euro la ricerca. Lo stesso giorno Crisanti viene nominato nel Cts del Veneto. Tutto rose e fiori.

Ma chi è allora il padre del “Modello Veneto”? Va detto che in quei giorni la strategia della Regione è già improntata al massimo tracciamento degli infetti per metterli in isolamento fiduciario. Lo dimostra il servizio del tg regionale del 5 marzo in cui Francesca Russo spiega le basi del protocollo veneto sull’indagine epidemiologica. Si parla però di “contatti stretti”, quando il merito del “Modello Veneto” sarà invece quello di dare la caccia a tutti. Anche agli asintomatici e ai contatti dei contatti.

Il “metodo Vo'”

Il 6 marzo inizia il secondo giro di tamponi a Vo’. Ci vogliono alcuni giorni per elaborarli, ma la notte dell’8 marzo – come rivela il “Libro nero del coronavirus” (clicca qui) – Crisanti invia un sms a Zaia per anticipargli alcuni risultati. “Penso che in Veneto con una politica aggressiva di sorveglianza attiva – scrive – cioè andandoci a cercare i casi attorno ai tre quattro focolai che abbiamo, testando la popolazione e isolando i contatti e infetti possiamo bloccare l’infrazione (sic). Bisognerebbe creare un numero sufficiente di unità mobili e potenziare i laboratori che fanno test”. Il governatore non risponde, ma ormai il dado è tratto e il microbiologo insiste: “Queste misure di sorveglianza attiva funzionano insieme alla quarantena. A Vo’ ha funzionato”. Via via che veniva fatto il test a tutta la popolazione, infatti, le fonti di infezione vengono messe in quarantena. “I dati che stiamo analizzando di Vo’ indicano che identificando i positivi abbiamo bloccato il diffondersi dell’infezione“, dice Crisanti e “cosa interessante, bloccando la circolazione del virus è diminuita anche l’incidenza di casi gravi per ragioni che stiamo analizzando”.

Gli sms di Crisanti a Zaia

Crisanti è convinto che quanto fatto a Vo’ (testare tutti, scovare i positivi e chiuderli in casa) sia “un successo senza precedenti, un modello che può essere esportato a tutti i focolai senza necessariamente chiudere tutto”. L’11 marzo, è un mercoledì, di prima mattina annuncia a Zaia via sms che nel pomeriggio gli avrebbe fatto recapitare un “progetto” su come affrontare il virus. “La mia idea – scrive Crisanti – è raddoppiare la capacità di fare tamponi a Padova e aprire un laboratorio a Schiavonia. Per ogni positivo identificato faremo il tampone a parenti, contatti e tutti gli abitanti in un raggio di 100 metri. Il fatto che ora le persone si muovono meno faciliterà la nostra azione. Potremmo arrivare a fare 10mila tamponi al giorno, e poi nel giro di una settimana ne portiamo uno in ogni provincia o potenziamo quelli esistenti”. Zaia non risponde. Passano cinque lunghe ore di silenzio. E Crisanti torna alla carica: “Signor Governatore, abbiamo completato le analisi dei campioni di Vo’ che confermano un drammatico calo delle nuove infezioni, con una caduta di 10 volte, passando dal 3 per cento a circa il 2,5 per mille. Questo 2,5 per mille è generato da sette nuove infezioni in individui totalmente asintomatici che sono stati posti in isolamento. Inoltre, l’interruzione della trasmissione ha accelerato notevolmente il tasso di guarigione che a 10 giorni è vicino al 70% attribuibile possibilmente alla ridotta probabilità di infezioni”. Crisanti ha già in mente una strategia per l’intero Veneto: “Per estendere questo approccio a tutta la Regione – scrive – suggerisco le seguenti azioni: raddoppiare la capacità di Padova e mettere Schiavonia nelle condizioni di eseguire tamponi. Creare la capacità di fare tamponi in tutte le province del Veneto. Iniziare a testare tutti i cittadini che lamentano sintomi che ora sono lasciati a casa senza diagnosi. In caso positivo testare i contatti ed estendere il test a tappeto per un raggio di cento metri”. Il professore invita inoltre a “testare le categorie a rischio”, come polizia, carabinieri, personale sanitario e tutti gli operatori dei servizi pubblici, così da far emergere “la parte sommersa dell’infezione che inizialmente farà aumentare la casistica ma nel giro di pochi giorni incominceremo a vedere i risultati”. “Se il modello Vo’ fosse stato applicato dall’inizio”, è il ragionamento, “oggi festeggeremmo”. A quel punto Zaia risponde e invita Crisanti a sentire direttamente la dott.ssa Russo per definire il programma. È in questo momento che nasce il “modello Veneto”?

Le liti alla corte di Zaia

Non secondo la dottoressa Russo. La sua lettera inviata a Nature è categorica e accusa Crisanti di aver “alterato i fatti, distorcendo la realtà e mistificando quanto è accaduto a Vo’”. Il motivo? “Tutte le decisioni rilevanti su come affrontare il focolaio hanno avuto origine dall’Ospedale di Schiavonìa” e “sono state assunte dal Presidente della Regione del Veneto” insieme alle autorità sanitarie. “Tutto questo è accaduto ancor prima che lo studio di Vo’ fosse concepito” dice Russo, che ci tiene a sottolineare come la pandemia sia stata “affrontata con largo anticipo rispetto a uno studio progettato e intrapreso a posteriori che non ha avuto il minimo impatto sulle scelte strategiche di sanità pubblica”.

Dove sta la verità? Probabilmente nel mezzo. È vero, come visto, che il Veneto stava già realizzando molti più tamponi delle altre Regioni (anche grazie alla macchina da 9000 test al giorno scovata da Crisanti). Ma è anche vero che l’11 marzo il professore presenta a Zaia un’idea per allargare il tracciamento “a strascico”, il governatore lo invita a parlarne con la Russo “per definire il programma” e solo cinque giorni dopo, il 17 marzo, arriverà il “Piano” vero e proprio della Regione. Si tratta del programma per “interrompere la circolazione del virus” attraverso “l’individuazione di soggetti ‘positivi paucisintomatici ed asintomatici” allargando “l’isolamento domiciliare fiduciario attorno al caso ‘positivo’”. Una strategia che procede per “cerchi concentrici” allargando la ricerca non solo ai “contatti stretti (familiari e lavorativi)”, ma anche ai “contatti sociali/occasionali (anche definiti come “non stretti” o a basso rischio)”. Con tamponi a domicilio agli asintomatici anche solo lontanamente “collegati ad un cluster”. Una rivoluzione assoluta, in quel momento. Un po’ come ipotizzato da Crisanti.

Quindi? Quindi bravi tutti. Bravo Crisanti a pensarci, Zaia ad andare contro alle indicazioni dell’Oms e la sanità veneta ad organizzare tutto (pure con un software ad hoc). Peccato per le liti. Quelle sì, come dice il governatore, “una vicenda dolorosa”.



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