Superati i 40mila morti. “Il virus corre, va frenato”

Da oggi il nuovo lockdown, con ancora impressi negli occhi i dati di ieri: altri 34.505 casi; 445 morti (40.192 dall’inizio del contagio); 99 ricoveri in terapia intensiva. Giovanni Rezza, direttore dell’Istituto superiore di sanità (Iss): «Segnali non buoni, il virus corre e va fermato. Stretta dolorosa ma necessaria».

Intanto sul fronte tamponi il caos è totale. Un esempio per tutti: l’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Milano ha comunicato che «per i contatti asintomatici di un caso positivo non è più previsto il tampone, ma solo una quarantena di 14 giorni». Informativa che, per chi ha a che fare con familiare positivo, suona come una presa per i fondelli, visto che i tamponi spesso non vengono eseguiti neppure sui positivi sintomatici. Figuriamoci sugli altri… In realtà l’opzione dei tamponi sui «contatti asintomatici di un caso positivo» è sempre rimasta nella categoria della pura astrazione. Al pari di altri «protocolli di prevenzione» operativi sulla carta, ma che nella quotidianità si sono rivelati inesistenti. Nella lista delle buone intenzioni rimaste però lettera morta rientra pure l’accordo firmato qualche settimana fa «sui tamponi negli studi dei medici privati» che, teoricamente, «prevede l’effettuazione del test antigenico rapido per i contatti stretti asintomatici dei casi positivi al decimo giorno». Poi la retromarcia, con l’Ats che chiede ai medici di Milano (ma è facile immaginare che dietrofront sia su scala nazionale) di «non effettuare più i tamponi ai contatti stretti ma di prevedere per loro l’isolamento fiduciario per 14 giorni, al termine dei quali verrà chiusa la quarantena». Chiacchiere, come sempre. Perché chi ha avuto la sventura di dover convivere forzatamente nella stessa casa con un «positivo in isolamento» sa bene che nessuna norma prevista dalle locali istituzioni sanitarie trova un effettivo e concreto. Già mettersi in contatto con le cosiddetti «numeri verdi anti-Covid» è un’impresa disperata, poi questa specie di call-center ti dirotta su un anonimo «esperto» che dovrebbe darti «istruzioni precise» e invece, il più delle volte, ti dà indicazioni contraddittorie. Di rintracciare il medico di base che dovrebbe «segnalarti per il tampone» neppure a parlarne, e quindi il tampone resta una chimera tanto per il contagiato quanto per i suoi «contatti»: stretti o meno stretti fa poca differenza, dato che il «tracciamento» è saltato da mesi. Gli operatori dell’«assistenza domiciliare telematica» (chi cioè dovrebbero verificare le condizioni di salute del contagiato) sanno solo dirti di «rimanere in una stanza isolata, non avvicinarti a nessuno e non utilizzare gli stessi servizi igienici in uso al resto della famiglia». Insomma il Covid-19 trasformato in regime di Covid 41-bis. Ti chiudono in «cella» e gettano la chiave. La speranza è superare l’infezione «autonomamente» e non finire in coda in ambulanza all’ingresso di un pronto soccorso o, peggio, con un «casco» in terapia intensiva.

L’Ats di Milano spiega così il suo stato di impotenza: «Ogni giorno rileviamo diverse migliaia di nuovi casi, almeno 20 volte superiori al dato di fine settembre». E a chi decide di farsi un tampone a pagamento (120 euro), viene pure fatta una richiesta che suona paradossale: «Ci comunichi poi l’esito del tampone». Della serie, il cittadino al servizio dei medici. Ma non dovrebbe essere il contrario?



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